CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA
GIANCARLO LANDONIO VIA STOPPANI,15
21052 BUSTO ARSIZIO –VA- Italia
(Quart. Sant’Anna dietro la piazza principale)
e-mail: circ.pro.g.landonio@tiscali.it
---------------------------ARCHIVIO DOCUMENTI STORICI.
Giuseppe Pinelli
In circa duemila sotto le bandiere nere del movimento anarchico rendono omaggio a Giuseppe Pinelli
ASSASSINIO POLITICO NON SUICIDIO .-->
Il 20 dicembre [1969] si sono svolti a Milano i funerali dell’anarchico Giuseppe Pinelli. A tributare il loro cordoglio e il loro sdegno per la tragica fine subita, c’erano amici, conoscenti, operai e gruppi politici. Ciascuno dei partecipanti era intervenuto al funerale per testimoniare, allo scomparso, ognuno per ragioni sue specifiche, la propria solidarietà politica, individuale o collettiva.
Il nostro raggruppamento aveva già in precedenza denunciato le menzogne della polizia e il linciaggio morale, a cui la canea borghese aveva sottoposto Pinelli e i suoi amici anarchici. Ai funerali oltre agli anarchici e ad altri raggruppamenti partecipavano centinaia di operai, venuti a dare con la loro presenza l’estremo saluto a un uomo che è stato assassinato politicamente.
A differenza degli altri raggruppamenti politici presenti in forma ufficiosa e individuale, il nostro raggruppamento ha partecipato con i propri simboli:[RIVOLUZIONE COMUNISTA] per chiarire pubblicamente il significato politico di questo assassinio in un momento in cui si era scatenato il terrorismo statale. Pinelli meritava la nostra solidarietà politica perché il linciaggio a cui oggi sono sottoposti gli anarchici non è un’azione diretta esclusivamente contro gli anarchici ma vuole essere una lezione e un monito generali della borghesia ai gruppi rivoluzionari.
La repressione scatenata dopo gli attentati di Milano e Roma era stata preparata in precedenza. L’eccidio della Banca Nazionale dell’Agricoltura, ha dato solo il via per lanciare sui rivoluzionari i cani della borghesia, i poliziotti e il seguito dei suoi pennivendoli, che sputano calunnie sui rivoluzionari mascherando assassini e stragi organizzate dalla stessa borghesia.
(Emma). Tratto da: LOTTE OPERAIE Bollettino sindacale dei Comunisti Internazionalisti (La Rivoluzione Comunista) anno III° - nr. 21/22 Gennaio - febbraio 1970
(Nota a margine):…Intanto la polizia infierisce contro gli anarchici. Cade la prima testa: nella notte fra il 15 e il 16 dicembre del 1969 viene ucciso durante un interrogatorio nella questura di Milano il ferroviere anarchico Pino Pinelli.
[L’atmosfera politica si fa più drammatica.
Mentre la paura e lo sbandamento s’impadroniscono dell’ambiente
studentesco e dei gruppi politici, la nostra organizzazione di Milano
lancia un appello di solidarietà a favore dei compagni colpiti. In
un volantino del 17/12/69 dice.
" In questo momento in cui gli
anarchici sono sottoposti al linciaggio fisico e morale da parte degli
sfruttatori capitalisti, noi Internazionalisti eleviamo il nostro grido di
sdegno ed esortiamo tutti i compagni, tutti i veri proletari, a manifestare la
loro solidarietà politica."
L’appello trova
i gruppi studenteschi milanesi indifferenti e sostanzialmente, ostili.
Il 20/12/69 hanno luogo i funerali di Pinelli. La nostra sede milanese
partecipa coi propri simboli di gruppo Internazionalista (RIVOLUZIONE
COMUNISTA), per manifestare pubblicamente contro il terrorismo
borghese. A portare la loro solidarietà sono centinaia e centinaia di
operai e proletari. Vi è pure, con i propri simboli il PCd´I (m-l);
qualche studente a titolo individuale. Il Movimento Studentesco della
Statale insieme al P.C.I. sono invece affaccendati a gettar fango
sugli anarchici e a organizzare manifestazioni in difesa della democrazia.
Lotta Continua, pur non partecipando al funerale, denuncia ugualmente
nel proprio giornale l’ "assassinio" di Pinelli e la persecuzione dei
rivoluzionari. L’incalzare degli avvenimenti accelera, in modo
vertiginoso, il processo di delimitazione politica in seno agli
studenti. n.d.r.]
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Edizione a cura di
RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 - 20154 Milano
e-mail: rivoluzionec@libero.it
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/
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Io ti ricordo, Giuseppe Pinelli http://www.nazioneindiana.com/
Pubblicato da antonio sparzani
16 dicembre 2012
di Massimo Zucchetti, dal Manifesto di ieri.
Oggi, ben quarantatre anni fa (sembra incredibile), moriva Giuseppe Pinelli, anarchico. Come è morto, tre giorni dopo la strage di Piazza Fontana, tutti lo sanno e nessuno lo può più dire. Una cosa è certa: Pinelli era innocente, ed è morto in Questura, a...
Dic. 2011: Pino Pinelli, quarantadue anni fa – Nazione Indiana
di Antonio Sparzani. Link: « Pino Pinelli, quarantadue anni fa con video You Tube:
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Franco Trincale Lamento per la morte di Giuseppe pinelli - YouTube |
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Bellissimo brano del cantastorie Franco Trincale, scritto prevalentemente in lingua siciliana, tratta dall'LP "Canzoni in piazza"
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STRANO VOLO DI UN ANARCHICO - LA MEMORIA DI LICIA PINELLI:
«PINO, VITTIMA DI CALABRESI»
A trentotto anni [art. del 2007] dalla morte di Pino Pinelli, la
moglie Licia ritorna su quei giorni e sulle «giustificazioni» oggi di moda:
«Mario Calabresi ha scritto un libro che, per difendere la memoria del padre, offende
la nostra»
FRANCESCO BARILLI SERGIO SINIGAGLIA
,
Il corteo sfila nelle vie della periferia della città.
Licia è una donna per nulla incline a sentimenti di vendetta,
che ancora oggi chiede giustizia rifuggendo dai sensazionalismi e dal clamore
mediatico. Vive ancora oggi a Milano e l'intervista si svolge a casa sua,
il 14 gennaio 2008.
Volevamo chiederti qualcosa su quegli anni, sulla militanza di Pino. E sulla
vostra vita a Milano, anche paragonandola con il contesto attuale. Sono
situazioni totalmente diverse, quasi impossibili da . Un tempo c'era un clima
molto più aperto, mentre oggi si ha un'impressione di estraneità, di distacco
fra le persone, persino fra chi abita nello condominio. Già un dialogo, un
livello minimo di conoscenza, è difficile; l'idea di darsi una mano è
addirittura impossibile. A questo discorso si collega pure la militanza di
Pino. Alcuni mesi prima di piazza Fontana, c'erano stati altri attentati (in
diverse città italiane), e già in questi casi erano stati incolpati gli
anarchici. Lui si era attivato subito dopo quelle prime accuse, cercando di
portare aiuto. Ricordo gli scioperi della fame, lui che andava a portare da
bere a chi era impegnato in iniziative di solidarietà. Spiegare cos'era Milano
e la nostra vita è davvero difficile. Quel che voglio farvi capire è che se
oggi i rapporti interpersonali si mantengono al minimo essenziale, all'epoca
era diverso. All'epoca io battevo a macchina le tesi per diversi studenti,
quindi casa nostra era sempre aperta e piena di ragazzi, ricordo la sensazione
di avere sempre gente da noi. Quegli studenti venivano per le loro tesi, quindi
anche in quel caso in teoria ci si poteva limitare a un rapporto «distaccato»;
invece si finiva col parlare di tutto, anche e soprattutto di politica, perché
pure quella faceva parte della vita, e il confronto era normale. È vero, erano
tempi di conflittualità molto dura, ma c'era un atteggiamento aperto verso
l'idea stessa di politica. Pino, poi, figuriamoci!... Non gli pareva vero di
poter intavolare una discussione su quegli argomenti; appena entrava in casa e
trovava uno di quei ragazzi gli diceva subito «Io sono un anarchico. Voi come
la pensate?». Finiva spesso che io facevo da mangiare per tutti e con noi si
fermavano anche quegli studenti. Era una vita allegra, malgrado le difficoltà,
le bambine piccole, il suo stipendio bassissimo. Ecco, questo mi dispiace: mi
chiedevate di Milano come città, e io oggi la ricordo buia, scura, quando ci
penso la vedo d'inverno, il cielo coperto come oggi. Probabilmente perché il
ricordo di Milano di quell'epoca lo associo e si sovrappone proprio a quei
giorni di dicembre 1969. (...)
Dobbiamo chiederti «del fatto». Tu come e quando ne vieni a conoscenza?
Dobbiamo fare un passo indietro, prima di parlare della notte del 15 dicembre.
Dobbiamo partire dal 12, dal giorno di piazza Fontana. Pino viene invitato in
questura, non viene arrestato. Addirittura segue l'invito accodandosi all'auto
della polizia col suo motorino, senza nessuna coercizione. Nessuno mi telefona
per dirmi che Pino è stato chiamato in questura, lo vengo a sapere qualche ora
dopo, quando la polizia viene a casa nostra per una perquisizione. In quel
momento io non solo non sapevo che mio marito era in questura, ma non ero a
conoscenza nemmeno della bomba alla Banca dell'agricoltura, semplicemente
perché avevo il televisore rotto e non avevo sentito i notiziari; per cui anche
la perquisizione mi capita come una cosa strana, scioccante... Ricordo i
poliziotti che rovistavano per casa, probabilmente alla ricerca di qualcosa di
compromettente, e sono finiti con lo scartabellare fra le tesi (i ragazzi
spesso me ne lasciavano una copia per ricordo, una volta finita). Fra questi
lavori ce n'era uno che attirò l'attenzione dei poliziotti. Adesso non saprei
dirti con sicurezza di cosa si trattasse: forse era sulla rivoluzione francese,
oppure sull'epoca in cui c'era stata una rivolta contro lo Stato Pontificio
nelle Marche, qualcosa del genere... Sta di fatto che gli agenti all'inizio
pensavano di aver trovato chissà quale documento rivoluzionario! Spiegai che
era una tesi, che io le battevo a macchina per lavoro, e uno di loro mi chiese
«ma lei lavora per hobby o per bisogno?». Credo d'averlo guardato con ben poco
rispetto: a quell'epoca, coi pochi soldi che giravano, uno lavorava proprio per
hobby!... Ecco, ho questo ricordo della perquisizione: io che continuo a
brontolare mentre i poliziotti giravano per casa. Poi, ancora più tardi, arrivò
la telefonata di Pino: mi disse solo che era in questura, c'era tanta gente e
avrebbe tardato. Anche se era un momento drammatico, non fu una telefonata
allarmante, ma rassicurante.
Tu riuscisti a vederlo, in quei giorni? No, però ci riuscì mia suocera il
giorno dopo, il 13 o forse il 14. Dopo la perquisizione, o dopo la telefonata
di mio marito, l'avevo chiamata, le avevo spiegato la situazione. Tra l'altro
proprio il 12 Pino aveva appena ritirato la tredicesima, per cui lei andò di
persona in questura a farsela consegnare. Era anche un modo per vederlo ed
essere rassicurate.
Licia, scusa la domanda, ma con tutto quello che è accaduto, negli anni
successivi ti è mai venuto di pensare che la sua attività politica era la causa
di quanto vi era successo? Hai mai pensato (irrazionalmente, magari) a una
sorta di «rimprovero» verso tuo marito? No. Esiste il libero arbitrio...
Capisco quel che volete dire, ma direi di no, non ho mai avuto quel pensiero.
Vedi, per spiegarti bene questo aspetto devo fare un passo indietro nel tempo.
C'è stato un momento, prima della militanza di Pino (prima della «militanza
attiva», intendo, visto che lui comunque era ed è sempre stato anarchico), in
cui avevamo le due bambine piccole, io avevo mille lavoretti, le tesi eccetera,
e Pino sembrava dibattersi in quella casa che sembrava così stretta. Io allora
lo incitavo a trovarsi degli interessi al di fuori della vita familiare. Gli
dissi «perché non vai dagli esperantisti, perché non riallacci quei rapporti?»,
visto che noi ci eravamo conosciuti nel '52, proprio a scuola di esperanto, e
ricordavamo quell'ambiente come una bella esperienza. Lui accolse il mio
consiglio... Solo che, invece di andare dagli amici di esperanto, andò a
trovare gli anarchici del circolo. Scelse la sua passione più vera, la
politica: come potrei rimproverarlo, anche irrazionalmente? No, non posso
parlare di sue colpe, né di miei ripensamenti sulle sue scelte.
La notte fra il 15 e il 16 dicembre, che Pino è precipitato dalla finestra lo
vieni a sapere dai giornalisti...
Sì, vengono a bussare da me verso l'una. Io, le bambine e mia suocera eravamo
già a letto. Te lo dico perché in seguito ci fu persino chi disse che dormivo
con un amante. Non è una cosa poi così strana: se devi infangare una vittima è
meglio infangare anche i suoi parenti... Comunque sono andata ad aprire e ho
trovato questi due giornalisti. Sembravano affannati, dopo 4 piani di scale
senza ascensore, e soprattutto davano l'impressione di farsi forza l'un altro,
cercavano le parole per dirmelo: «sembra che suo marito sia caduto da una
finestra». Gli chiusi la porta in faccia e mi precipitai a telefonare alla
questura. Chiesi di Calabresi e me lo passarono. Dissi che c'erano due giornalisti
alla mia porta, gli riferii cosa m'avevano detto, chiesi perché non m'avevano
avvertito. «Sa, signora, noi abbiamo molto da fare», mi rispose... Non so se
gli ho detto ancora qualcosa, sicuramente gli ho sbattuto la cornetta in
faccia. Dalla questura non seppi nulla: mentre Pino era all'ospedale, invece di
chiamarci loro avevano indetto la famosa conferenza stampa... Mia suocera si
vestì e si precipitò all'ospedale, al Fatebenefratelli. Io dovevo aspettare,
c'erano le bambine da guardare, non avevo altra scelta. A tanti anni di
distanza i ricordi sono confusi, ma rammento bene mia suocera, alla sua età e
senza una lira in tasca, precipitarsi in piena notte all'ospedale, dove nessuno
le dice nulla, dove non le fanno nemmeno vedere il figlio. Mi telefonò
dall'ospedale, dicendomi che c'era un sacco di polizia e non la facevano
passare. Poi mi disse «non so cosa sta succedendo, ma temo che...». Aveva
capito che era morto perché aveva visto un inserviente tirare fuori i moduli.
La tua reazione quale fu? Dopo un po' ero riuscita a far portare via le
bambine, che si fecero svegliare e vestire senza dire nulla. Sempre quella
notte, o poco più tardi, arrivarono a casa mia Camilla Cederna, Stajano, un
dottore dell'università cattolica per cui avevo lavorato (che sulla vicenda in
seguito scrisse un lungo articolo sull' Europeo ), e qualcun altro ancora. Ad
un certo punto non ce la facevo più a stare in quella stanza, volevo andarmene
da sola in camera. Mi venne dietro mia suocera. Mi disse: «Vedrà, domani daranno
a lui la colpa di tutto». «Va bene», risposi, «ma ci siamo anche noi, con cui
dovranno fare i conti». Il giorno successivo, in tribunale, ricordo i
capannelli di gente... C'era davvero tantissima gente, la strage di piazza
Fontana e la morte di Pino avevano destato uno scalpore enorme. C'erano dei
giovani avvocati, che chiedevano (loro a me...) cosa si poteva fare.
«Denunciare tutti quelli che erano in quella stanza», rispondevo. E da lì
comincia tutta la storia delle varie istruttorie, che è finita come sai...
Licia, tu hai letto il libro di Mario Calabresi (figlio del commissario),
«Spingendo la notte più in là»? No. Non voglio leggerlo, non m'interessa. Non
potrei mai riconoscermi in quel testo. A volte penso che c'è stato un momento
in cui se avessi incontrato per strada la vedova, con i bambini, forse avremmo
potuto parlarci, avere un rapporto. Ma così, con tutto quello che è successo,
no. C'è una distinzione netta, fra noi. Io ho avuto la netta impressione che
Calabresi eviti di affrontare la storia di Pino, se non di striscio, e questo
mi ha dato fastidio. Capisco l'esigenza di difendere la memoria del padre, però
penso che con quell'operazione si neghino almeno due fatti: in primo luogo che
le due vicende, piaccia o meno, sono strettamente collegate; in secondo luogo
che, indipendentemente dalle implicazioni sul fatto in sé, sul commissario
gravano comunque responsabilità «sul dopo», sulle menzogne che raccontarono, il
«Pinelli gravemente indiziato»... Direi non solo sul dopo: ricordiamo che Calabresi
era titolare dell'ufficio da cui cadde mio marito. Dunque, indipendentemente
dalla sua presenza, la responsabilità, anche diretta, c'era. Poi viene il
resto, le menzogne su Pino gravemente indiziato eccetera... Tornando sulla
presenza o meno di Calabresi nella stanza, non voglio riaprire polemiche, ma mi
sembra giusto ricordare che uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti,
sostenne di non aver visto Calabresi uscire dalla sua stanza prima che Pino
cadesse, e successivamente confermò sempre la stessa versione: non solo non
aveva visto Calabresi uscire dalla stanza, ma affermò pure che (considerata la
posizione che occupava nel corridoio) avrebbe senz'altro notato se il
commissario fosse uscito. Quella dichiarazione la sostenne di fronte alla magistratura,
ma non fu mai chiamato a deporre nuovamente davanti a D'Ambrosio, mi disse, nel
corso dell'istruttoria decisiva.
Tornando alle menzogne successive alla morte di Pino, alla sentenza D'Ambrosio
almeno una cosa bisogna riconoscerla: esclude che Pino si sia suicidato, quindi
conferma che tutti quelli che erano nella stanza e dichiararono il contrario
mentirono. I 4 poliziotti e il carabiniere presenti hanno avuto conseguenze?
Che io sappia no, la storia si è chiusa così. Anzi, per quanto ho saputo alcuni,
se non tutti, sono stati promossi. Quando succede un fatto del genere, che vede
coinvolti elementi delle forze dell'ordine, alla fine oltre a non arrivare alla
verità si finisce con le promozioni. Lo stiamo vedendo anche oggi, per i fatti
di Genova.
Negli anni successivi, hai mai avuto altre notizie, anche da fonti «strane»
(voci, telefonate dei soliti «bene informati») che ti facessero pensare di
poter essere vicina a una nuova svolta? Una volta mi arrivò una lettera anonima
di questo tipo. La consegnai all'avvocato Carlo Smuraglia, ma non ne facemmo
nulla, era una cosa totalmente delirante.
Sono passati 38 anni da quei giorni, ma ne sono passati anche 25 da quando hai
raccontato la tua storia a Piero Scaramucci in «Una storia quasi soltanto mia».
È cambiato qualcosa nella tua opinione circa lo svolgimento dei fatti? Quello
che penso sia successo lo raccontai innanzitutto al magistrato e te lo confermo
ora. È difficile da spiegare, ma si tratta di una convinzione talmente radicata
in me che la sento come si trattasse di un avvenimento accaduto con me
presente; se ci penso è come se io fossi stata lì, in quella stanza. Quando
sono stata interrogata da Bianchi d'Espinosa (procuratore generale a Milano,
che poi assegnò il fascicolo a D'Ambrosio) mi chiese proprio quale opinione mi
fossi fatta sull'accaduto, e la stessa domanda in seguito me la pose lo stesso
D'Ambrosio. Risposi molto semplicemente, come rispondo a voi ora: l'hanno
picchiato, creduto morto e buttato giù; oppure l'hanno colpito al termine dell'interrogatorio,
facendolo poi precipitare incosciente, e questo spiegherebbe anche il suo volo
silenzioso, senza neppure un grido, e spiegherebbe pure che dei 5 agenti solo
uno (il carabiniere) si precipita giù per accertarsi delle sue condizioni. Di questo
racconto sono convinta ancora oggi. Alla tesi del suicidio, poi, non ho mai
creduto. Pino non l'avrebbe mai fatto, era un'eventualità che non ammetteva.
Una volta avevamo parlato di una ragazza che conoscevamo, che aveva tentato il
suicidio, e lui era stravolto. Non era una scelta che concepiva, amava la vita,
non l'avrebbe mai fatto.
Fonte: http://www.ilmanifesto.it/
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